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Riporto la notizia letta in data 01 Ottobre 2012 che ha ispirato questo post:
Donne ‘rimosse’ dal catalogo Ikea in Arabia Saudita. Un intervento ‘digitale’, quasi chirurgico, per andare incontro alle regole non proprio ‘par conditio’ del Paese. Immediata la reazione della Svezia, casa madre del colosso del mobile fai-da-te, nonche’ nazione orgogliosa per le sue politiche in favore dell’eguaglianza tra i sessi: […]
L’atteggiamento dell’Ikea e’ stato percepito come un cedimento nei confronti di un paese che discrimina le donne. Birgitta Ohlsson, ministro svedese per l’Europa, ha affermato su Twitter che si tratta di un atteggiamento “medievale”. La portavoce dell’Inter Ikea Systems, societa’ proprietaria del marchio Ikea, ha dichiarato che la multinazionale svedese sta approfondendo la questione.

(Fonte: AGI) . 

Quello di Ikea è un caso interessante, mette in luce alcuni aspetti delle strategie glocal presi poco in considerazione:

  • in primis, la globalizzazione e internet fanno salire su un palcoscenico internazionale qualsiasi iniziativa, anche la più local.

“Think global, act local”
Non c’è manuale di marketing che tralasci l’importanza di questo pensiero, gli esempi più classici riportano i casi di Coca-Cola. McDonald o Malboro.
Glocalizzazione vuole significare rispetto del prodotto locale e delle sue caratteristiche nel momento che si affronta il mercato globale, nonché rispetto di esigenze locali da parte del prodotto globale; Uno degli aspetti più delicati, dove si trovano le migliori gaffe, è quello della comunicazione, in particolare della pubblicità. (Fonte: Wikipedia)

Le preoccupazioni dell’ufficio marketing del colosso Svedese non erano sbagliate, la scelta di rispettare la cultura di un mercato, quello arabo, dove la donna ha un ruolo particolare, anche se difficilmente comprensibile da un cittadino occidentale, poteva sembrare una buona strategia.

  • Secondo, la lezione appresa sembra essere questa: quando si va a colpire un determinato mercato bisogna stare molto attenti a rispettarne la cultura, senza però dimenticare la cultura e i valori del proprio mercato d’origine (nel caso Ikea, la Svezia) e di tutti gli altri mercati serviti, evitando così possibili azioni contraddittorie che, grazie ai mezzi di comunicazione odierni, ci metterebbero meno di 24 ore a fare il giro del globo;sgarrando (Ikea che in terra straniera tradisce alcuni valori essenziali del suo Paese) si finisce per ledere l’immagine dell’azienda, dipingendola come opportunista e falsa, senza un’etica.Inoltre, gli effetti negativi di eventuali sgarri si possono espandere anche negli altri paesi in cui l’azienda opera (penso ai telegiornali italiani che hanno parlato del caso Ikea e all’indignazione di molti connazionali).

Mi è piaciuta la risposta della portavoce Ikea, perfetta per temporeggiare e prendere decisioni più ragionate; staremo a vedere la loro prossima mossa.

Nel frattempo, le università di tutto il mondo ringraziano Ikea per aver fornito un nuovo caso studio per i loro corsi di marketing.🙂